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Frullato

Mentre ti raccontavo di proletari in divisa e passamontagna mentre piangevo e non vedevo mi hai preso la testa fra le mani e l’hai spremuta un po’. Per immaginare di cambiare la realtà per poi morire di nostalgia ci rifuggiamo in cuori altrui più caldi clandestini di amori usciti bene ,ben progettati. Sanno un po’ di muffa e le farfalle nelle stomaco svolazzano anzi sbandano e sono come questi tramezzini che scadono fra un anno e mezzo. E quelli che non vogliono scopare nessun altro e il compromesso storico , però la parte di moro. Ti telefono ogni mezzora e ti scrivo per abbellire questo nauseante giorno dopo giorno e vissero felici e contenti e per sempre e se facciamo finta che non sia così sembra meno terribile. Tornati da cervelli da copyright andato a male, scappiamo via sudati e imbestialiti un po’ atterriti perché la gelosia ci mangia e ce la mangiamo. Meglio i sanpietrini giusto per farci male. Non ci riusciamo non ci riusciamo. Le discussioni in cui tutto perfino la lingua di comunicazione è messa in discussione . Per farci male per piangere per distruggere il potere con gli orgasmi e le urla e i piatti lanciati anche se non volevo farti male. I vicini hanno chiamato la polizia, forse era meglio un fioraio, sempre meglio che le pompe funebri. T’ ho graffiato non volevo ti giuro ti curo io. Dovrei dirti che ti amo e lo dico. Ma chi ci crede? Ma almeno sei contento e ora anche io ma quando ci ripenserò che schifo. Domani qualcosa succede vedrai. E pagare ancora tasse e ogni tanto la benzina e boicottare chissà cosa ormai ho perso il conto. Frullami la rabbia magari ne caviamo fuori qualcosa. Di buono intendo. Violento, ma commestibile. Qualcosa per non impazzire per vedere quanto resistiamo prima di morire di normalità prima di farti conoscere i miei genitori prima di un pranzo domenicale da te prima di non parto per restar con te prima di un affitto in comune. E forse è troppo tardi magari cuciniamo bene mangiamo bene, domani riproviamo. Odio il tuo profumo ma andrai via prima che io odi te, ma fra un po’, non ora. Domani ti devi alzare presto è meglio dormire, e non uscirò a comprare le sigarette. Non trovo comunque l’accendino. Smetto di fumare se me lo chiedi ma abbiamo deciso di farci male per far finta di stare bene. E quante parole ti dico mentre dormi, non voglio che te ne accorgi.


È solo un po’ di sabbia negli occhi

Far morire ovvietà, o almeno provarci, in spiagge lunghissime quelle che quando eravamo piccoli erano più belle con più sabbia e pretendevamo solo una torre mica parcheggi e mezzi pubblici gratis. E non immaginavamo un posto dove il mare non c’era e a cagliari finiva il mondo. Non c’erano le dune senza costumi, da bagno e non solo, o contorte filosofie in cui ritrovare tramonti , amore e lotta alla vita salariata, anzi più che lotta una danza per rientrare nel lessico di filosofie da orizzonti inutili. Cerchiamo il trampolino con il panorama più bello che quasi sempre è custodito da eroinomani e puttane , e lo preferiamo a tutti gli altri. Qui non ci sono neanche i dormitori per carri armati a pagamento,per farli riposare. Per sonnecchiare non si paga. Per stare in silenzio ad aspettare l’ombra . Sciacquiamoci il sale con l’idrante della rotatoria della zona industriale che non soddisfa neanche mezzo mio bisogno. I prati finti mai finiti a ricordarci che un posto migliore forse esiste o forse non l’abbiamo creato ed è solo dietro l’angolo. Quando torneremo non ci sarà più sabbia meglio metterne un po’ nel bagaglio a mano. Sempre se riusciamo ad andare e a rimanere ,e provare a varcare la costa è la fatica maggiore. Aspettarsi almeno per un po’. Le cartoline e le e-mail sono troppo trendy per i nostri gusti e per le nostre distanze che una volta andati via diventano tutte uguali: si è aldilà del mare . E se prima della notte l’umidità non scioglierà le nostre ossa potremo stare a guardare il cielo come se ci gocciolasse il naso e dovessimo tirare su l’oceano intero. Guardare per scoprire i cosmonauti che ballano il valzer tra una stella e l’altra una di quelle che ti volevo regalare prima di tornare nella nostra città, piccola piccola ma che d’estate funziona come una di quelle da telegiornale, deserta con i biglietti chiusi per ferie che ornano le pareti dei nostri incontri o male andando ne fanno da pavimento. I tramonti accendono le candeline e il maestrale quando si ricorda ci soffia su , soffi lunghi, chilometrici. Si suda di più stando soli. E io non voglio ammalarmi per finestre chiuse male e spifferi improvvisi, più belli di un sogno.


Trasloco

Allora urlo. Stonata senza conoscere mezza parola della mia canzone preferita. Non voglio sentire alcun pensiero. Se non lo sento non c’è. Invento canzoni colori rumori sensazioni stagioni rancori. . Lasciamo questo giaciglio che ha un odore che non va via. Abbiamo perso già troppo tempo a guardare queste pareti ingiallite che nessuno di noi due ha più voglia di ridipingere . A mala pena ci guardiamo in faccia, ci diamo le spalle mai la mano. Sai già cosa ho fatto oggi e io la tua giornata non la voglio sentire : sembra una puntata di un telefilm stravisto ed in tv non c’è nient’altro. O lo guardo impassibile o fracasso la scatoletta in mille pezzettini. I tuoi gusti mi son diventati mediocri e se penso che hai detto qualcosa di interessante presumo sia fortuna o qualcosa di costruito come imparare frasi da citare di libri mai letti. Non è colpa tua è solo tempo o abitudine o vedere in un disegno solo il colore che spicca di più: prima poi l’occhio vede tutto il resto e se fa schifo meglio bruciarlo prima di appenderlo. Credere che il sole splenda sempre come il primo bagliore o che sia sempre in tramonto ma ormai aspetto una stella cadente e tu nella mia notte non ci fai niente. Non c’è un perché . E se c’era era all’inizio ed abbiamo fatto finta di niente per un orgasmo per noia per caso. Poi abbiamo annacquato il tutto o non abbiamo più osato. Sono già lì gli scatoloni. La porta con uno scricchiolio alienante e assordante si chiude. È finita. Ci guardiamo appena sentiamo la porta sbattere. A confermare l’addio che magari senza quell’ultimo sguardo non poteva essere definitivo e allora sarebbe stato lecito chiamarti richiamarti fermarti in strada se ti vedo chiedere di te ai tuoi amici pensare che tu mi pensi ipotizzare sguardi fraintendere gesti e sudare sul telefono mandare messaggi e-mail saluti …. Ma ci siamo guardati molto bene. Appena la porta si è chiusa. Definitivamente. E non ci sono interpretazioni. E quando hai il dubbio prova  a sbatterti la testa contro una serratura. Non dimenticare la rincorsa.


Le ansie non vengono sciolte dai succhi gastrici

Ci guardiamo e notiamo che qualche anno fa avevamo i capelli diversi ma stiamo bene lo stesso. Nel cuore o nel culo di una notte qualsiasi con i consueti meno trenta gradi hai deciso di farti buttare fuori a calci da casa di lei. Dico già cosi che domani le parlerò cercando di mettere in crisi i suoi sistemi e mi dispiace ma sarà colpa tua ma hai ragione lo stesso, almeno finché non arriva l’alba sperando che non sia al contrario. Gli occhi ti erano diventati quasi blu. Ciao hai da fare lo so che sono le tre ma magari leggevi scrivevi bevevi o rientravi da uno dei tuoi lavori talmente interinali da durare poche ore, altro che futuro forse non avanzi neanche fino a domani; ti racconterò tutto ma fra un po’ svengo per il freddo e se non mi senti più parlare sarà per quello e non potrò far altro che aspettarti; mi dici così con il telefono che trema. Avevo un unica coperta e come sono arrivata senza neanche salutarti t’ho accartocciato li dentro e portato via cercando di scongelarti con canzoni che non conosco a memoria per farti riprendere colorito quando le parlerai e allora mi dovrete una cena , con il dolce , anche. Oppure lei mi regalerà uno dei suoi “tranquilla che va bene così” o “un forse non hai ragione tu “ o una razionalizzazione di disperazione che ti bastano per un anno, e ti fanno vivere bene. I treni sono più romantici di quello che pensiamo. Ed è meglio pensare cosi anche se non ci crediamo convinti di asciugare poi meno lacrime. Poi ad un tratto il pc sudava sudava e sudava e avevamo ancora un mucchio di cose da sbrigare quelle per cui non basta fare la fila alle poste. Vedrai che andrà bene ci diciamo e il pc sudava e non facevamo quel poco che dovevamo. Avrei voluto scaraventare questa scatoletta sul muro come una scena pessima da telefilm americani con sbirraglia buona a seguito che nego di guardare. Pensando che cosi avrei rotto non solo fili e fili ma anche il mondo intero o solo la mia testa. Come quando ti tagli i capelli e proprio li c’è un piccolo momento di lucidità in cui dici e se taglio tutto collo compreso? Andrà bene vedrai, e se non è così ce lo faremo andare bene quel nuovo bene che incontreremo, sperando di volerci ancora tutti molto bene.


Su

In televisione il grigio non vende. Neanche i cuori consolati a rate e le lacrime che fanno male come rubinetti bucati a metà agosto e tutti gli idraulici sono in ferie. La nostra inquietudine s’impicca su un naviglio con le nostre ciglia addosso che ne abusano. Volevamo salvarla un po’ soffrivamo ma non era il caso che stesse ancora galla. Era più bella nel non poterla più toccare solo sognarla . Andava via come le ipotesi di nuove tende o addirittura di finestre spalancate, anzi rotte. Era bella come la notte che non potevamo vedere che avrei voluto assaggiare e morire d’intossicazione o di indigestione o insolazioni da luci artificiali. Distanze che non tornano e persiane di futuri che volevo. Sembrava li potessi toccare sembrava li potessi divorare volevo solo stare a casa senza sapere l’indirizzo. Era troppo seguirti. Era troppo poco guardarti. Eri solo lì affianco. Gli orologi mi tormentano e nella tua ruggine senza sale che non si doveva raccontare hai fermato i giardini inquinati in porte tutte uguali. Volevo solo stare a casa,guardarti affondare dal mio balcone non potevo, ancora non l’avevo affittato. E tutti i luoghi comuni e tutte le cattiverie che puzzano più di quanto sembrano e lasciano un amaro strano in bocca che non scoccia. Si possono trovare in qualsiasi angolo delle centoventisei blu come un bel paio d’occhi che non se ne vedono più, con un po’ d’arancione che non guasta quello che serve per poterla rubare quando saremo diventati grandi per andare al mare a 140 km di distanza e poi riportarla dove era come se niente fosse successo che non ci piace far piangere nessuno, tranne i cattivi. milano sapeva già tutto non aveva bisogno di spiegazioni, e mi sono uccisa un altro po’. Perché non mi basta mai tormentarmi e volevo parlare parlare milano che ti fa raccontare con il fiato strozzato e non voleva ascoltare con persiane d’affittare. Bevo io altro che. Milano e le sue famosissime persiane con i nostri futuri che si intravedono dalle strade da vip .Avevo promesso di non parlare di questo cazzo di posto e sono più incoerente di quanto pensassi. Sono la miglior figlia di immigrati appena laureati . Forse mi piace. Mi piace che la mediaset prima o poi ci crollerà addosso e chissà se ci sposteremo. E di questo ne vorrai parlare?


Evoluzioni scettiche

Non sto capendo molto, ma forse mi impegno senza giurare su dio.


Ritrovami

Ti sveglierò ancora una volta nel cuore della notte ,la tua notte perché per me sono le cinque del  pomeriggio e stavo per andare  a giocare giù in strada incuriosita dalle siringhe e dalle cattive persone che non ho mai incontrato. Per te però sono le tre e mezzo e domani devi andare a lavorare. Anche io in verità .E la mia sonnolenza sarà un duro colpo al capitalismo o alle mie tasche visto che mi pagano a ore e fra un po’ a respiri Per chiederti se ti ricordi dove ho messo quel bellissimo pezzo di carta giallo. Farfugli qualcosa tipo un porcodiomatiseirincoglionita. Poi ho sentito il rumore dell’accendino, il tuo funziona sempre al primo colpo. Hai messo subito in chiaro che ho una strana ossessione per la cancelleria, come camminare per tutta la città  per cercare matite commestibili. Quindi con la tua chiarezza nel mettere in chiaro hai chiarito che ogni pezzo di carta per me era bellissimo. Erano sempre le tre e domani dovevi obbedire come me. Allora sollecitando i tuoi ridenti ricordi ti mostravo i quadretti e l’inchiostro che era colato . Blu, era blu. Ti avevo comprato il gelato e io ti ascoltavo e scrivevo qualcosa. Cazzo ma dove è? Te lo ricordi? Non so cosa c’era scritto ed è proprio per questo che voglio recuperarlo. Avevo svuotato tutte le borse e libri e agendine e quaderni che in questi giorni mi porto appresso per sentirmi in compagnia, ma niente. Ero con te  e magari ti ricordi qualche dettaglio che così vado a dormire anche io. Niente. E domani ti devi alzare presto e non rinunci a dirmi che lo sapevo. Ci sveglieremo con la voglia di caffè e sigaretta con l’odore di fumo ancora addosso della sera prima e il ricordo del terribile caffè dopo cena. Nervosi comunque sia . La caffettiera non si è trasferita, imperterrita come una matrigna cattiva ci si attacca. Anche se i quadretti gialli sono molto carini con righe indignate.


Fammi posto

Svegliati con gli occhi appallottolati  dalle luci delle astronavi isteriche; ci avvisano che i dormitori per sognatori imbecilli non sono attrezzati per eventi consueti , per futuri ridicoli, per indecisioni troppo facili. Vai un po’ più in la. Un po’ di sonno per evitare di consolarci di asciugarci i nasi che vanno bene solo per i cani che avremmo voluto essere. Per le nostre disperazioni non esistono ticket adeguati o riforme sanitarie travestite da pantere. Avvelenati con cene folkloristiche occidentalizzate convinti di abbattere la globalizzazione un duro colpo alla guerra che trasmettono in tv a giorni alterni all’ora di pranzo. Sarebbe meglio pensare solo alla fame che forse è abbastanza augurandoci  di volta in volta che sia l’ultima cena tra una bestemmia e l’altra per battaglie tristi senza guerrieri. La terrificante sorte di chi non si accontenta e che ancora si chiede e dice che un va bene così è una presa per il culo per giovani immobilizzati in inettitudine da fiori sul davanzale. Utopie che sembrano colate di cemento sulle tue palpebre accomodanti , mai sgarbate. E se stanotte il sole* piange con me non può essere solo una bellissima coincidenza .

*In realtà al posto di “sole” doveva esserci “cielo” e mentre scrivevo in testa avevo proprio “cielo” ! Rileggendo ho invece trovato (il) “sole”. L’ho lasciato così che intanto le vostre interpretazioni sono più intriganti di queste noiose dita.


Migrazione

Per possibili dubbi

Se il fausto e avverso destino ti ha portato a guardare questo blog più di una volta avrai notato che c’è stata qualche modifica grafica; infatti tutti i blog appartenenti al progetto Noblogs sono stati traslocati dalla piattaforma di Lifetype a WordPress, ottenendo più servizi,più facilità nella comunicazione e nello scambio di idee. Il collettivo autistici/inventati , il manifesto, la policy e gli intenti rimangono invariati. Questo è tutto con molti ringraziamenti. Prossimamente sperimentazioni grafiche e le solite sparse lettere da rincollare.

Buon non-lavoro a tutt*


Pi per trentotto

Esproprio gastronomico: riscaldare cucchiaini e affogarsi di luna. La fame di lontananza ci divora in nascondigli troppo ovvi dove perdere cellulari e telefonate che non si vogliono sentire che non si vogliono scoprire. Poi toccherà a noi in autogrill fatiscenti gestiti da licantropi in via d’estinzione e segretari ammaccati. Non trovateci più. Annegare in autostrade con carrozze maschili che aumentano le statistiche di morti da vacanza famigliare che partono nelle ore giuste per non trovare traffico tutti insieme. Erano le donne a non saper guidare sono molto machi i condottieri nelle loro esibizioni a trecentomila chilometri di depressione e stupri da cose che capitano. Non tornare non tornare non guardare indietro per non correre troppo veloce. E se vengono a prenderci faremo l’autostop a cani randagi per farci raccontare le storie di quando tutto era campagna. L’ironia l’ironia l’ironia morta spiaccicata in qualche  televisore con troppe gambe, troppe. E poi quella dei blog . Crepare in questo niente.  Volevamo solo un po’ di burro. Condito con del sole. Le nostre cenerentole rivoluzionarie che lottano contro la prigionia del lavoro domestico fanno saltare in aria i cavalli dei principi di fronte a castelli nobiliari. Principe azzurro vai a fare in culo dai loro vestiti catarifrangenti. Ci pensiamo noi a mettervi i cerotti sulle ginocchia e ad augurarvi la buona notte  a cantare la ninna nanna alle vostre colazioni pomeridiane che siete stanche con le ciglia sempre curvate. Ci pensiamo noi ad arrenderci un po’ alla volta e piangere per poi ricominciare in dolori da far deviare. Quante lacrime soffochiamo da quante lacrime ci facciamo abbracciare. Le uniche piitrentotto che ci sono rimaste sono delle lunghissime bilabiali ma vogliamo solo un po’ di burro per favore. Corrompiamo i medici per cancellare le malattie delle nostre lingue ingiallite. Per i nostri giorni andati a male non c’è altro da fare che farci male.